Caos caldo

Redazione
21/10/2021

Per alcuni medici l'aumento della grave insufficienza renale riscontrata nei contadini e nella manodopera di paesi come El Salvador e il Nicaragua sarebbe collegata al surriscaldamento globale.

Caos caldo

Le malattie renali dovute allo stress da calore, particolarmente frequenti nei lavoratori che tra campi e piantagioni sono costretti a sopportare temperature insostenibili, potrebbero presto causare un’”epidemia” globale. Questo l’ultimo avvertimento dei medici, preoccupati dall’impatto che il surriscaldamento potrebbe avere, nei prossimi decenni, su una situazione già grave. «Ovviamente, è ancora prematuro allarmarsi», ha spiegato al Guardian la dottoressa Cecilia Sorensen, direttrice del Consorzio Globale sul clima e sull’educazione alla salute della Columbia University. «È necessario approfondire studi e ricerche sui legami tra il caldo e l’insufficienza renale cronica generata da causa ignota (CKDu) per capire la portata del problema in maniera realistica».

Il misterioso male dei contadini di El Salvador e Nicaragua

Al contrario della normale insufficienza renale, riscontrata quasi esclusivamente nei pazienti anziani o in quelli affetti da patologie come il diabete, varianti epidemiche di questa tipologia sono già state rintracciate nelle aree rurali di Paesi come El Salvador e il Nicaragua dove un numero enorme di agricoltori ha iniziato a morire di quest’insolita disfunzione. Situazione che si è ripetuta, seppur in maniera più ridotta, in varie parti del Centro America, del Nord America, dell’Estremo Oriente e dell’India, colpendo soprattutto nutriti gruppi di operai impegnati in lavori manuali tra afa e aria irrespirabile. Sono stati proprio questi casi a portare alcuni scienziati a reclamare l’inclusione della CKDu nella categoria delle malattie legate allo stress termico e a riconoscerla come il principale fattore del malfunzionamento e, negli scenari peggiori, del deterioramento dell’apparato renale di chi lavora nei frutteti o nelle distese di miglio e avena. «Queste continue pressioni esercitate sui reni non si manifestano quasi mai con sintomi immediati ed evidenti», ha sottolineato Sorensen. «Ecco perché spesso chi ne è affetto crede di essersi ammalato all’improvviso e si ritrova a fare i conti con un problema già quasi irreparabile». Servirebbe un monitoraggio più capillare della patologia: «Credo che non abbiamo idea della dimensione della cosa perché non ce ne occupiamo abbastanza», ha ribadito. «Ci sono zone molto più interessate di altre, dove è davvero una questione seria. E nessuno ha mai preso in considerazione tutto questo».

Negli ultimi 20 anni i casi sono aumentati in modo anomalo

Le epidemie documentate finora hanno interessato soltanto determinate regioni, prevalentemente popolate da individui che svolgono lavori fisici pesanti all’esterno e che non possono accedere facilmente a cure mediche e strutture sanitarie né beneficiare di un’assicurazione. «Si tratta soprattutto di lavoratori che non hanno alcun controllo sulle proprie condizioni di lavoro o che vengono pagati a cottimo», ha aggiunto. «Si ammalano e muoiono perché si affaticano ma non hanno altre opzioni. L’unica soluzione sarebbe un urgente intervento del governo. Solo leggi mirate e a tutela dei diritti umani possono risolvere la situazione e contenere tutte quelle morti, soprattutto tra i più giovani». Dello stesso parere anche il neurologo Ramón García Trabanino, direttore del centro di emodialisi di El Salvador, il primo a notare un inusuale aumento dei casi più di 20 anni fa: «Erano tutti ragazzi e morivano perché non avevano il budget per usufruire dei trattamenti. Abbiamo fatto il possibile ma, per molti, non c’è stato nulla da fare».

Patologie collegate al cambiamento climatico

Sebbene l’unanimità degli addetti ai lavori concordi nell’attribuire l’insufficienza renale da sollecitazione termica al calore e alla disidratazione, alcuni pensano non si debba escludere anche l’esposizione a pesticidi e sostanze tossiche. Che, su un corpo già debole, sembrano avere un effetto letale duplicato. In ogni caso, tutti reclamano una maggiore attenzione dei leader mondiali sul problema del cambiamento climatico e delle temperature fuori norma. Perché, se per ora la patologia è limitata solo a una parte di mondo, non è affatto da escludere che possa presto diffondersi ovunque. «Il surriscaldamento globale è una questione seria, che non ha lo spazio che dovrebbe avere nei dibattiti quotidiani», ha tuonato l’epidemiologo Tord Kjellestrom. «Man mano che aumenteranno l’intensità e la frequenza dei giorni afosi, sempre più persone si troveranno a fare i conti con le conseguenze del calore sull’organismo. Soprattutto chi, come alternativa alla povertà, non ha altra scelta che resistere anche in condizioni insostenibili. Intervenire è un dovere necessario».