Rock ‘n troll

Guido Mariani
16/10/2021

L'ultima vittima della cancel culture è stata Brown Sugar degli Stones tolta dalla scaletta perché considerata schiavista. Ma le canzoni che rischiano di essere condannate dal «fascismo teocratico», per dirla con Frank Zappa, sono un'infinità dai Beatles ai Nirvana.

Rock ‘n troll

Vi ricordate i tempi in cui gli artisti erano celebrati per la loro capacità di trasgredire? Ecco, dimenticateli perché oggi siamo nel mondo della cancel culture. Tutto quello che è scomodo, offensivo, controverso, soprattutto in ambiti riguardanti le differenze etniche e sessuali, va nascosto o addirittura rimosso.

Brown Sugar scomparsa dalle scalette dei Rolling Stones

L’ultima vittima della cultura della cancellazione è la canzone Brown Sugar, una hit del 1971 contenuta nell’album dei Rolling Stones Sticky Fingers che la band più longeva e celebrata della storia del rock ha deciso di eliminare dalle scalette dei propri concerti perché ormai da qualche tempo il pezzo è oggetto di feroci critiche. Il teso della canzone, scritto da Mick Jagger, è una sorta di collage di immagini forti che rimandano alla schiavitù dei neri d’America, ma con un deciso riferimento allegorico all’uso di eroina, lo “zucchero marrone” del titolo. Tuttavia, nella vulgata censoria emersa negli ultimi anni è diventata un inno che celebra lo schiavismo, lo stupro, con accenni anche alla pedofilia (curiosamente si è dimenticato il riferimento più forte, proprio quello alla droga). Se gli Stones fossero stati un po’ più giovani, come direbbe De Gregori, avrebbero distrutto i loro critici con la fantasia. Oggi hanno deciso di abbozzare, cancellando la canzone dalle scalette e ben sapendo di poter pescare da un repertorio di brani forse anche più trasgressivi (Star Star o Some Girls, giusto per citarne un paio).

È vero che Jagger già anni fa ammise che la canzone era nata dalla volontà di mettere insieme una serie di situazioni provocatorie, ma è anche vero che appartiene a un periodo in cui gli Stones sovvertivano le regole e la canzone era contenuta in un album in cui sulla copertina compariva un paio di jeans in cui era ben in evidenza, quasi tridimensionale, il sesso maschile. Riguardo alle accuse di razzismo forse andrebbe ricordato che Brown Sugar è entrata nel repertorio di diversi artisti neri (su tutti Little Richard) e che gli Stones, come altri artisti inglesi, furono i veri protagonisti della riscoperta e della diffusione della cultura musicale nera americana, che negli States era relegata a un pubblico di nicchia.

La cancel culture e il rock dopo la censura di Brown Sugar dei Rolling Stones
Mick Jagger a Wembley nel 1982 (Getty Images).

Le ombre sul blues 

Se rileggiamo la storia della musica popolare con gli occhi di oggi probabilmente il repertorio da portare in soffitta diventa ben più corposo di un brando di meno di quattro minuti del 1971. Si può iniziare addirittura con l’inno americano Star Sprangled Banne una poesia scritta nel 1814 da un avvocato schiavista che definì la popolazione nera «il male di ogni comunità» e un cui verso (che oggi non viene cantato) recita «Nessun rifugio salverà i mercenari e gli schiavi dal terrore della lotta». Oppure, per rimanere sui classici, la tradizionale Oh Susanna!, innocente melodia che però appartiene agli spettacoli, questi sì di impostazione razzista, della tradizione minstrel ottocentesca, quella delle commedie in cui i bianchi si dipingevano la faccia di nero per prendere in giro gli schiavi. Ma anche la storia afroamericana del blues aveva una spiccata vena misogina, ricordiamo John Lee Hooker che cantava I’m gonna kill that woman o Pat Hare con I’m gonna kill my baby. In alcuni casi però le canzoni contro le donne cantante dai bluesman erano in codice: le femmine cattive erano trasposizione simbolica dei bianchi razzisti. Che dire però di Hoochie Coochie Man classico di Willie Dixon, portato al successo da Muddy Waters e dagli stessi Rolling Stones? È la celebrazione di un uomo sessualmente incontenibile che dice alle donne «ve la farò vedere».

Dai Beatles di I saw her standing there a Frank Zappa contro il «fascismo teocratico»

Dei Beatles oggi nessuno censurerebbe la fantasia lisergica di Lucy in the Sky with Diamonds, ma si è presa di mira I saw her standing there che allude al sesso con una ragazza minorenne («Aveva appena 17 anni, sapete quello che voglio dire»), anche se i quattro di Liverpool ai tempi erano 20enni. È finita nel dimenticatoio, anche perché non amata dagli stessi Fab four, Run for your life, brano scritto da Lennon contenuto nell’album Rubber Soul e che oggi sarebbe un’istigazione alla violenza («Preferirei vederti morta che con un altro uomo… Scappa se ci tieni alla vita»). Se c’è un artista che ha combattuto ed è stato combattuto dalla censura è Frank Zappa il cui repertorio negli Anni 80 passava sotto la scure di quello che l’artista chiamava «fascismo teocratico». Oggi diverse sue canzoni ironiche a sfondo maschilista non passerebbero il test della “woke generation”. Alcuni esempi? Crew Slut (“Sgualdrina del gruppo”), Easy meat (“Carne facile”) e Wet T-Shirt Nite (“Notte delle magliette bagnate”). Ma non bisogna sapere l’inglese per scandalizzarsi con Zappa, basta ascoltare il suo brano Tengo na minchia tanta.

I Led Zeppelin, noti per i loro eccessi sessuali, cantavano in Sick Again: «Ho visto i tuoi begli occhi blu, tra poco compirai 16 anni». La pedofilia adombra anche il brano più bello di Rod Steward Maggie May: la storia, peraltro autobiografica, di un ragazzino posseduto da una donna matura. Take a Walk on the Wild Side di Lou Reed era scandalosa allora come oggi tra travestiti, giovanissime che si prostituiscono e cori di ragazze “di colore”.

LEGGI ANCHE: Non è un rock bambino

L’omofobia e la misoginia dall’hip hop al raggae

L’avvento della scena hip-hop dalla fine degli Anni 80 segna la fine degli ultimi tabù nella cultura musicale pop, ma segna anche l’arrivo di numerosissime canzoni a sfondo misogino e omofobo. I Beastie Boys avrebbero voluto intitolare il loro album di debutto Don’t be a fagott! (“Non fare il frocio”), gli N.W.A. di Dr. Dre e Ice Cube si indirizzavano alle ragazze chiamandole regolarmente “bitch” (“cagna”), artisti come 2live Crew o Too Short vendevano milioni di copie con canzoni in cui le donne venivano degradate e anche Jay Z celebrava il sesso usa e getta in 2 many hoes. In anni più recenti è finito sul banco degli imputati Eminem per il continuo uso di termini offensivi per i gay. Ma il genere che negli anni si è distino negativamente sul fronte dell’omofobia è stato il reggae jamaicano che, dimenticati i sogni di Bob Marley, ha preso una direzione spesso legata alla violenza e alla sessualità tanto che il musicista rasta Buju Banton nel 1990 in Boom Bye Bye invocava l’omicidio dei gay. Nel rock i Red Hot Chili Peppers sono stati accusati di incitare alla violenza sessuale con la loro Special Secret Song Inside il cui ritornello recita «I want to party on your pussy» (“voglio fare festa sulla tua gattina”). Accuse simili sono state indirizzate ai Nirvana di Rape me e Polly o agli Stone Temple Pilots per Sex Type Thing. Stessi problemi anche per il tormentone pop del 2013 Blurred lines di Robin Thicke e Pharrell Williams, canzone sexy in cui il consenso della partner non sembrerebbe contemplato. Tra l’altro la modella Emily Ratajkowski ha recentemente accusato Thicke di averla molestata durante le riprese del video.

la cancel culture e il rock
Nick Cave in concerto nel 2009 (Getty Images).

Nick Cave spera in uno scatto d’orgoglio del rock

Insomma a guardare da vicino non si salva nessuno. Ma siamo sicuri che la censura sia la scelta giusta? Nick Cave che ai suoi tempi è stato maestro di trasgressioni (chi ha memoria se lo ricorda cantare a torso nudo con una bestemmia in italiano incisa sul petto), ha scritto di recente: «Qualche volta un comportamento del singolo è autenticamente malevolo e deve sicuramente essere denunciato per quello che è. Penso però che il nuovo fanatismo moralista che ci sta piovendo addosso possa essere una cosa buona. Perché la musica rock di oggi sembra non avere l’energia di combattere le grandi battaglie che ha sempre combattuto (…) sembra non avere la forza di combattere i nemici dell’immaginazione, i nemici dell’arte». La censura può cancellare, ma provocare anche uno scatto di orgoglio e segnare un momento di risveglio. «Perché nel mondo delle idee», conclude Nick Cave, «l’ipocrisia non deve avere spazio».

LEGGI ANCHE: Velvet Underground, mito senza tempo