Il cacao della vergogna

Redazione
18/06/2021

Nel rigettare il ricorso di sei uomini, che avevano accusato Nestlé e Cargill di schiavitù minorile, la Corte Suprema Usa ha ritenuto i due colossi "non responsabili" di quanto accade nelle fattorie africane da cui acquistano il cacao. Il settore vale 130 miliardi all'anno, ma gli agricoltori vivono ben al di sotto della soglia di estrema povertà.

Il cacao della vergogna

La Corte Suprema degli Stati Uniti dà ragione alle multinazionali: Nestlé Usa e Cargill non saranno processate per schiavitù infantile per ciò che avviene nelle fattorie africane da cui acquistano il cacao. I giudici, con 8 voti favorevoli e uno contrario, hanno stabilito di non avere la giurisdizione per poter giudicare gli abusi che avvengono al di fuori degli Stati Uniti.

Tratta di esseri umani

I due giganti erano stati denunciati da sei cittadini del Mali, che avevano affermato di essere stati deportati – da bambini – in Costa d’Avorio e costretti a lavorare nelle fattorie di cacao. Secondo i sei, le due società si sarebbero rese responsabili di traffico di esseri umani per poter mantenere bassi i prezzi del cacao. Avrebbero lavorato dalle 12 alle 14 ore al giorno, sorvegliati da guardie armate per evitare che potessero scappare. Il tutto per paghe bassissime e cibo minimo per vivere.

La corte ha stabilito che, nel caso specifico, non si poteva utilizzare l’Alien Tort Act, una legge del XVIII secolo per cui le aziende statunitensi sono responsabili degli abusi sul lavoro commessi nei loro stabilimenti all’estero. Un rapporto del ministero del Lavoro statunitense del 2020 parla di oltre un milione e mezzo di bambini costretti a lavorare nelle fattorie di cacao sia in Costa d’Avorio che in Ghana.

Nessuna responsabilità delle multinazionali

Secondo i giudici americani, Nestlé e Cargill hanno fornito alle aziende agricole le risorse tecniche e finanziarie per la raccolta del cacao, mentre non ci sono prove che le scelte delle multinazionali, prese negli Stati Uniti, avessero portato alla riduzione in schiavitù di esseri umani. Per i colossi, la causa dovrebbe essere rivolta contro i trafficanti e gli agricoltori responsabili di questi crimini. In una dichiarazione, Nestlé si è detta «ferma nella lotta al lavoro minorile nell’industria del cacao», e di non essersi mai resa protagonista dei fatti contestati.

La decisione è stata presa con un certo sconforto da chi ha combattuto contro queste aziende: «Negli Stati Uniti sono stati decisi i budget, la pianificazione e gli aspetti commerciali», ha detto a Fortune Magazine Terry Collingsworth, direttore dell’International Rights Advocates. Una nuova causa sarebbe però pronta per essere intentata sempre contro le multinazionali del cacao, che secondo Collingsworth hanno contribuito a portare avanti il fenomeno della schiavitù infantile in Costa d’Avorio.

I dati dell’industria del cacao

Quella del cacao è un’industria da 130 miliardi l’anno, che si poggia sulle spalle delle aziende agricole ghanesi e ivoriane. Lì, infatti, viene prodotto circa il 70% del cacao mondiale, la maggior parte del quale finisce in Occidente. Nonostante questo, molti agricoltori impiegati nelle fattorie guadagnano meno di un dollaro al giorno.

In Costa d’Avorio il settore vale più di 3,5 miliardi l’anno, in Ghana ci si “ferma” a 1,8. Gli agricoltori, però, rappresentano solamente l’ultima ruota del carro, e a loro rimane solamente il 6,6% dei guadagni derivanti dal loro lavoro. La Banca Mondiale ha fissato a 1.90 dollari al giorno uno stipendio da «estrema povertà»: in Ghana, i contadini impiegati nel cacao guadagnano 1 dollaro al giorno, in Costa d’Avorio 0,78 centesimi. Ben al di sotto dell’estrema povertà.