Leggeri come Borotalco

Barbara Massaro
22/01/2022

Quaranta anni fa usciva nelle sale il film cult di Carlo Verdone. Il personaggio di Manuel Fantoni, il cameo di Moana Pozzi, le musiche di Dalla e degli Stadio restituiscono alla perfezione l'atmosfera degli Anni 80. Quando (quasi) tutto sembrava possibile, ma nulla era reale.

Leggeri come Borotalco

Il film Borotalco entra negli -anta. E proprio la maturità e la consapevolezza che comportano l’arrivo delle 40 candeline (che la pellicola cult di Carlo Verdone spegne il 22 gennaio) permettono oggi di guardare dalla giusta prospettiva uno dei film più riusciti di Verdone in grado, come pochi altri, di tradurre la storia del costume e della società italiana a misura di 8 millimetri.

Borotalco e la commedia degli equivoci all’italiana

Se, del resto, esiste un filo che unisce il teatro di Plauto – alle origini stesse della drammaturgia italica – e la contemporaneità questo filo passa attraverso i secoli sfiorando personalità come Totò, Alberto Sordi e, appunto, Carlo Verdone. Autori che hanno saputo interpretare il loro tempo con la capacità di fotografare la realtà a suon di personaggi, battute e sketch che, dribblando la pratica del racconto didascalico, dipingono affreschi di storia del costume del nostro Paese. L’arte di mettere in scena la cosiddetta commedia degli equivoci – e Borotalco è lo quintessenza di tale canovaccio – ha sempre rappresentato il modo efficace per esorcizzare vizi e virtù nostrani. Un’arte in cui Verdone è maestro.

«Borotalco» compie 40 anni. Ecco come Carlo Verdone è entrato nella storia del costume italiano
Carlo Verdone (Gettyimages)

Il mito di Manuel Fantoni 

In Borotalco, per esempio, Manuel Fantoni che «salpava sopra un cargo battente bandiera liberiana» sintetizza alla perfezione lo spirito degli spumeggianti Anni 80, quando tutto sembrava possibile, ma niente era reale. La trama del film è nota: Sergio Benvenuti (Carlo Verdone) è un ragazzo che vende enciclopedie porta a porta ed è fidanzato con Rossella il cui padre Augusto (l’indimenticabile Mario Brega) lo tiene sotto scacco chiedendogli di garantire stabilità alla figlia.

Sergio contatta la collega Nadia Vandelli (Eleonora Giorgi all’apice del suo splendore) per affiancarla e imparare qualche trucco del mestiere. Per una serie di coincidenze ed equivoci il giorno stabilito invece di incontrare Nadia conosce il sedicente architetto Manuel Fantoni (Angelo Infanti), un uomo affascinante e pieno di storie straordinarie da raccontare, ricche di viaggi, personaggi famosi e donne seducenti, ma fondamentalmente un farabutto. Quando arrivano i carabinieri a prenderlo con l’accusa di truffa chiamandolo col suo vero nome, Cesare Cuticchia, lui lascia le chiavi di casa a Sergio chiedendo di dare una sistemata prima di andarsene. Rimasto solo, giunge finalmente Nadia e, vedendola per la prima volta, ne resta affascinato al punto da spacciarsi per Fantoni millantando di essere amico anche di Lucio Dalla, di cui la ragazza è una fan sfegatata. Sergio si trova così invischiato in un gioco più grande di lui e costretto a vivere una doppia vita.

La scommessa di Mario Cecchi Gori

Il film fu un successo. E dire che prima di girare Borotalco, Verdone stava meditando di lasciare il cinema. «Quando uscì Bianco, rosso e Verdone i produttori dell’epoca Sergio Leone e Medusa erano contentissimi. Ma Leone stava andando verso altri progetti e non aveva tempo per seguirmi», ha raccontato l’attore in una recente intervista a Repubblica. Così non gli venne rinnovato il contratto e lui pensò di mollare. «Tornai all’università a cercare il professore di Storia delle religioni, sperando di entrare come suo assistente. Scoprii che si era suicidato. In quelle settimane non sapevo cosa fare della mia vita. Poi squilla il telefono. Il mio agente dice che il produttore Mario Cecchi Gori mi vuole incontrare. Ha visto in ritardo Bianco, Rosso e Verdone, lo ha colpito il personaggio dell’emigrante muto che esplode con un’invettiva contro l’Italia. “Credo in te. Facciamo un film e se va bene firmiamo per altri quattro. Ma puntiamo su un personaggio unico”».

Gli Anni 80 di Borotalco cantati da Lucio Dalla

Borotalco può essere considerato un inno al decennio magico in cui l’Italia tornava a respirare e a trasgredire. Manuel Fantoni è tra i personaggi meglio riusciti di Verdone, di certo non l’unico, e come tanti altri è perfettamente calato nel suo tempo: i patinati Eighties, fatti di luccicanti promesse, leggerezza e tanta voglia di archiviare gli Anni di piombo. Non a caso nel film debuttò Moana Pozzi, che sarebbe di lì a poco diventata regina dell’immaginario degli italiani. Verdone la conobbe a casa di Massimo Troisi «il più grande conquistatore che abbia conosciuto», ha ricordato il regista. Ma Borotalco è un affresco del suo tempo anche per la colonna sonora affidata a Lucio Dalla insieme con gli Stadio: canzoni come L’ultima luna, Cara, Grande figlio di puttana sono state capaci di intrecciarsi alle vicende dei protagonisti e restituiscono a ogni ascolto l’odore di quel periodo. Colonna sonora, tra l’altro, che fu premiata con il David di Donatello e il Nastro d’argento.

Un inno alla leggerezza

Leggerezza si diceva. E fa sorridere scoprire come nacque l’idea di intitolare il film proprio Borotalco. Lo ha svelato Eleonora Giorgi alla presentazione del restauro della pellicola cinque anni fa. «Carlo era al telefono con me e mi stava descrivendo il film. Mi stava dicendo: “Il film è leggero, come una nuvola, come Borotalco, ti piace questo titolo?”». Una nuvola leggera, in cui però ci si immerge ancora oggi con piacere.