Jihad e pentimento

Nicolò Delvecchio
26/09/2021

Sono migliaia i miliziani di Boko Haram che hanno lasciato l'organizzazione accettando la grazia offerta dal governo nigeriano. Ora vivono in un campo a Maiduguri, città in cui il gruppo è nato. Ma la popolazione non si fida dei suoi ex aguzzini.

Jihad e pentimento

Da oltre un decennio il gruppo islamista Boko Haram terrorizza la Nigeria nordorientale con attentati suicidi, sequestri e massacri: sono decine di migliaia le vittime dei jihadisti. Ora però le cose sono leggermente cambiate. Migliaia di combattenti si sono arresi, e sono ospitati dal governo – insieme ai loro familiari – in un complesso nella città di Maiduguri, capitale dello Stato del Borno, luogo di nascita dell’organizzazione e frequente bersaglio dei suoi attentati.

Il luogo, come spiega il New York Times, si trova vicino a un complesso residenziale borghese e a una scuola elementare. Residenti, insegnanti e genitori sono però in allarme. «Siamo molto spaventati», ha detto un’insegnante alla testata americana, «perché non conosciamo le loro intenzioni». Secondo funzionari dell’esercito nigeriano e del ministero della Giustizia, nell’ultimo mese ben 7 mila combattenti e familiari (insieme ai loro prigionieri) hanno lasciato Boko Haram, in quella che è la più grande ondata di defezioni da quando il gruppo è nato nel 2002.

La scissione di Boko Haram e il terrore dello Stato Islamico 

Il punto di svolta sembra arrivato con la morte di Abubakar Shekau, leader storico del gruppo, che si è fatto esplodere a maggio 2021 dopo essere stato messo alle corde da una fazione rivale, composta da ex membri di Boko Haram. Gli “scissionisti” (che hanno formato la Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico, o Iswap) al momento stanno sfruttando questo vuoto di potere, organizzandosi militarmente sia nelle loro basi del Lago Ciad (a sud), sia nelle ex roccaforte di Shekau, nella foresta di Sambisa. L’Iswap si è staccato da Boko Haram nel 2016, e ha stretto un legame con il sedicente Stato islamico in Iraq e Siria.

Il manifesto da ricercato di Abubakar Shekau, leader di Boko Haram suicidatosi a maggio 2021 (Getty)

Il New York Times ha parlato con sei uomini che hanno lasciato il gruppo. I motivi che hanno spinto alla defezione sono sostanzialmente pratici: non hanno un capo, le scorte di armi sono esaurite e sono costretti a vivere perennemente tra i boschi. E non solo, perché in molti hanno iniziato a temere per la propria incolumità: le alternative erano o arrendersi al governo o unirsi all’Iswap, col rischio di essere trattati come schiavi. «Siamo senza leader», ha detto un uomo che si è identificato come un khaid, comandante di alto rango. Il khaid ha detto di aver assistito al suicidio di Shekau che ha fatto saltare in aria con sé altri membri di Boko Haram e quelli dell’Iswap che gli avevano teso un agguato nella foresta di Sambisa.

Quattro mogli e 14 figli, dopo la morte del capo aveva deciso di dedicarsi all’agricoltura nel suo villaggio natale. Quando un giorno uno dei figli gli mostrò un volantino in cui il governo offriva clemenza per i miliziani che si sarebbero arresi, ha deciso di cogliere l’occasione al volo. All’inizio temeva che fosse un escamotage per imprigionare, torturare e poi uccidere gli ex membri di Boko Haram, ma se fosse rimasto lì sarebbe stato ucciso di sicuro, o da qualche gang locale o dall’Iswap. Tanto valeva rischiare.

La vita in un campo di disertori di Boko Haram

Nel campo Hajj, separato dal resto della città da un muro, accanto a comandanti come il khaid ci sono loro ex ostaggi, o ragazze rapite da bambine e poi diventate spose dei combattenti. Sono loro le più vulnerabili, e mantengono un profilo basso nel timore di subire nuove violenze. Ma ci sono anche miliziani in attesa di essere interrogati dal governo nigeriano: alcuni si sono uniti alla jihad volontariamente, spesso convinti con regali come denaro o motociclette. Altri sono stati costretti e infine c’è chi ha aderito all’organizzazione dopo un vero e proprio lavaggio del cervello.

 

Migliaia di ex membri di Boko Haram hanno deciso di arrendersi. Ora vivono in un campo a Maiduguri, tra il terrore della popolazione civile
Armi sottratte ai miliziani di Boko Haram (Getty)

Uno di questi era un hafiz, termine che indica coloro che memorizzano l’intero Corano. AlTimes, però, ha rivelato di non aver mai saputo interpretare le parole del testo sacro. «Credevo totalmente in tutte le cose che mi dicevano. Mi fidavo di loro». Ha ammesso di aver ucciso 17 persone, e di aver vissuto quegli omicidi come una benedizione. Poi, però, ha iniziato ad ascoltare di nascosto le registrazioni degli imam che predicavano un messaggio totalmente diverso, di pace, e ha deciso di arrendersi: «Voglio il perdono, ma non so come Dio mi possa perdonare». Altri hanno deciso di arrendersi anche perché, tra le promesse del governo, c’era quella di offrire una educazione ai figli: una svolta abbastanza clamorosa, visto che la traduzione letterale di Boko Haram è “l’istruzione occidentale è proibita”.

Il campo e i problemi per i cittadini

La presenza degli ex militanti jihadisti ha inevitabilmente scosso i residenti di Maiduguri. Timori anche fondati, visto che poco dopo essersi trasferiti, 20 disertori sono fuggiti scavalcando il muro del campo. Dopo quella fuga, le autorità ne hanno innalzato un altro, circondandolo di filo spinato e con guardie armate a pattugliarlo. Misure non sufficienti però per far sentire al sicuro gli abitanti, alcuni dei quali sono andati via. In molti ritengono che possa trattarsi di un escamotage del gruppo per attaccare ancora la città: il campo si trova infatti in una posizione strategica, perché è vicino all’aeroporto, a una base aerea e a un deposito di armi. Per molti, il dubbio che rientrare in società sia solo un’altra tattica di guerra aleggia come un gigantesco punto interrogativo.