Ho bisogno del mio spazio

Redazione
25/07/2021

Ben prima di Jeff Bezos ed Elon Musk, scienziati e ingegneri hanno teorizzato la colonizzazione del cosmo da parte dell'uomo. Dai cilindri artificiali su cui trasferire l'umanità all'approdo su Marte, non è detto, però, che la fuga sia la soluzione ai problemi.

Ho bisogno del mio spazio

Il viaggio ai confini dello spazio di Jeff Bezos dello scorso 20 luglio è sembrato a molti un capriccio, uno sfizio che il multimiliardario americano si è voluto togliere dopo aver raggiunto tutti i traguardi possibili sulla Terra. Non è così. Come spiega la Bbc nel lungo articolo The long-term quest to build a “galactic civilisation” (“La ricerca a lungo termine per costruire una civiltà galattica)”, dietro l’apparente “spacconata” di Mr. Amazon ci sarebbe una visione più ampia, cioè la volontà di iniziare a costruire un futuro in cui gli esseri umani abiteranno lo spazio. Le ambizioni di Bezos partono da lontano, dalle lezioni del fisico Gerard O’Neill seguite all’Università di Princeton negli anni ’80. Per il professore, il modo in cui i suoi contemporanei pensavano alla colonizzazione dello spazio era sbagliato: impossibile sbarcare su altri pianeti e “trasformarli” nella Terra, perché di posti adatti nel Sistema solare non ce ne sono. Più facile, si fa per dire, costruire enormi insediamenti galleggianti a forma di cilindro, non lontani dal pianeta, in cui far vivere gli esseri umani. Delle vere e proprie città sospese con parchi, scuole, università, strade. Bezos, allora studente, ascoltava, e prendeva appunti.

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Alla conquista dello spazio

«La Terra è limitata», scriveva sul giornale dell’Università, «e se l’economia e la popolazione mondiali continuano a espandersi, lo spazio è l’unica strada da percorrere». Alla base della sua toccata e fuga in orbita, quindi, ci sarebbe l’ambizione di salvare il genere umano da un pianeta sempre più ostile e invivibile. Non un’idea nuova, né un’invenzione di O’Neill: già nel 1911 l’ingegnere e pioniere dell’astronautica, il russo Konstantin Tsiolkovsky, immaginò di stabilirsi sugli asteroidi, attraverso veicoli spaziali a propulsione nucleare: «La parte migliore dell’umanità, con ogni probabilità, non morirà mai, ma migrerà da un Sole all’altro man mano che questi si spengono». Il suo mentore, Nikolai Fedorov, nel 1902 si preoccupava invece che «i milionari potessero infettare gli altri pianeti sfruttandone intensivamente le risorse».

Lo sbarco degli umani nello spazio fu teorizzato anche dall’ingegnere americano Robert Goddard, che nel suo saggio Final migration: A Note for Optimists del 1918 pensò a spedizioni in grado di trasportare permanentemente l’umanità in orbita, in modo che «una nuova civiltà potesse iniziare dove finiva la prima». L’idea di colonizzare in qualche modo la Via Lattea, dunque, ha più di un secolo di vita, e queste teorie sono state il punto di partenza per le ambizioni spaziali di Bezos, Elon Musk e anche di Richard Branson.

Bezos, Musk e le infinite risorse spaziali

Da adolescente, Bezos spiegava le sue ambizioni come un percorso verso energie e risorse infinite impossibili da riprodurre sulla Terra. E poco è cambiato, perché adesso considera gli insediamenti spaziali come una via per salvare la nostra specie dalla sua insaziabile sete di crescita e risorse. Se dipendesse da lui, l’umanità sposterebbe tutta l’industria pesante e inquinante fuori dal pianeta e, a lungo termine, si espanderebbe nei “cilindri” di O’Neill. Bezos sa di non poterlo realizzare, ma vuole quantomeno fornire strumenti il più possibile adeguati alle generazioni future. Elon Musk, invece, parla direttamente di «rischio di estinzione» della specie umana, e sostiene che se ci stabilissimo su Marte, o su altri pianeti, le eventuali catastrofi sulla Terra non ci porterebbero alla scomparsa definitiva.

La vita nello spazio ci salverebbe dalle catastrofi?

Secondo Thomas Moynihan, studioso di Storia delle idee all’Università di Oxford, salvare la specie andando nello spazio è un’equazione meno semplice di quanto sembri. L’umanità vive infatti una serie di minacce che potrebbero diffondersi anche lontano dalla Terra, dalle pandemie all’intelligenza artificiale “non allineata” (cioè quando i computer non seguono i compiti dati dagli umani). «Parlare dei rischi più gravi per l’uomo sulla Terra, e provare a risolverli globalmente, potrebbe essere più conveniente rispetto alla corsa a Marte». Per non parlare del cambiamento climatico, che nel breve termine promette di causare enormi sofferenze a miliardi di persone: a riguardo, c’è davvero poco che il turismo spaziale o i progetti di insediamento galattico possano fare.

Tra inondazioni, incendi e ondate di calore, sono parecchi i critici delle nuove ambizioni spaziali dei ricconi del pianeta. Ma, scrive la Bbc, qualunque cosa si pensi dell’attuale generazione di miliardari – sulle loro priorità, personalità, ricchezze, atteggiamenti verso la disuguaglianza o il cambiamento climatico – non si può negare che in poco tempo abbiano compiuto progressi significativi per i viaggi nello spazio. E il fatto che i loro risultati possano servire soprattutto alle generazioni future non rende inutile il loro contributo.

Spazio e ambiente, un impegno comune

E se molti preferirebbero vedere sforzi per contrastare il cambiamento climatico e altri problemi a breve termine, le generazioni future potrebbero decidere di proseguire i progetti spaziali iniziati da Bezos e soci. Tra l’altro, le priorità degli esploratori spaziali e degli ambientalisti non sono state sempre divergenti: le immagini satellitari della Terra hanno aiutato a mostrare ciò che valeva la pena preservare del pianeta, e senza le tecnologie spaziali avremmo una comprensione scientifica molto più debole del cambiamento climatico. Insomma, concentrarsi su un aspetto non esclude l’altro.