Ping Peng

Camilla Curcio
25/01/2022

Prima il divieto di indossare magliette dedicate alla campionessa cinese agli Australian Open, poi la marcia indietro. Rimangono però banditi dagli spalti bandiere e cartelli.

Ping Peng

Il caso Peng Shuai continua a far discutere anche agli Australian Open. Dopo che, lo scorso venerdì, alcuni spettatori del torneo si sono visti negare la possibilità di indossare delle magliette ed esibire uno striscione con la scritta “Dov’è Peng Shuai?”, il comitato organizzativo dell’evento è finito al centro della polemica. E, a seguito della protesta globale contro il veto, ha deciso di fare dietrofront, comunicando ai giornalisti l’annullamento del divieto e la possibilità per il pubblico sugli spalti di sfoggiare qualsiasi t-shirt desideri a patto che scritte o soggetti non siano tali da creare scompiglio. 

Sì alle magliette pacifiche, no agli striscioni compromettenti

«Se qualcuno vuole portare quella maglia ed esprimere posizione sulla vicenda di Peng Shuai non c’è nulla di male», ha dichiarato al Sydney Morning Herald Craig Tiley, dirigente di Tennis Australia, l’ente che si occupa dell’organizzazione della manifestazione. Irremovibile, invece, la posizione sui cartelloni: «Possono trasformarsi in un elemento di disturbo tale da mettere seriamente a repentaglio la tranquillità e la sicurezza dei fan», ha spiegato. «Ecco perché vogliamo continuare a tenere fede alla nostra policy che, da anni, impedisce di mettere in mostra bandiere, cartelli o indumenti che contengano messaggi rischiosi di natura politica o commerciale». Tuttavia, la revisione delle regole applicata al caso dei sostenitori della tennista scomparsa a novembre dopo aver accusato l’ex vicepremier Zhang Ghaoli di abusi sessuali e misteriosamente riapparsa qualche settimana dopo, negando quanto denunciato in precedenza, non sarà la regola. Lo staff della kermesse, infatti, si incaricherà di valutare singolarmente le situazioni che si presenteranno e deciderà se concedere o meno il via libera.

Il comitato organizzativo degli Australian Open hanno ritirato il divieto sulle magliette pro Peng Shuai
Peng Shuai in un torneo dell’Australian Open 2020 (Getty Images)

Ong, tennisti e politici contro il veto

Come riportato dalla Bbc, a scagliarsi con veemenza contro la decisione di censurare la maglietta sono state, in particolare, le associazioni non profit che si occupano della tutela dei diritti umani e la comunità tennistica internazionale. Ed è stato da questi ambienti che è partito il sospetto che i vertici degli Australian Open si fossero piegati a ricatti e pressioni degli sponsor cinesi. Un’eventualità che pare aver allarmato anche il ministro della Difesa australiano Peter Dutton. «La scelta di Tennis Australia è preoccupante», ha sottolineato ai microfoni di Sky News qualche giorno prima che venisse tolto il veto. «È necessario dare voce a storie come quella di Shuai. E, in primis, dovrebbero esprimere un’opinione o lanciare un segnale forte gli organi del settore». Esattamente come ha fatto la Women’s Tennis Association (WTA) che, quest’anno, ha deciso di annullare tutte le partite in Cina per esprimere il proprio dissenso in merito al trattamento riservato alla giocatrice 36enne. Ma non è tutto. Oltre agli attacchi delle ong e alle prese di posizione di giocatori, addetti ai lavori e politici, è stato avviato un crowdfunding per raggiungere la somma di 10 mila dollari australiani (oltre 6mila euro) e stampare nuove t-shirt con lo slogan.

Una regola comune nei tornei

La pratica di regolamentare condotta e dress code del pubblico non è una prerogativa esclusiva di Tennis Australia, che, proprio appellandosi a questo, si è difesa da chi l’ha accusata di aver provato a insabbiare la verità. Anche l’All England Lawn Tennis Club, che si occupa di coordinare un evento prestigioso come Wimbledon, infatti, applica più o meno le stesse restrizioni, bandendo dalle tribune oggetti e capi d’abbigliamento che possano compromettere lo svolgimento delle gare con motti, frasi o simboli potenzialmente offensivi, passibili di essere interpretati male o legati a istanze politiche controverse.