Mancia funebre

Giovanni Sofia
21/01/2022

L'Europa torna con una "minima presenza" in Afghanistan per affrontare la crisi umanitaria stanziando 268,3 milioni di euro. Mentre i talebani continuano a dare la caccia ad attiviste, cristiani e interpreti locali, come ha evidenziato un report australiano.

Mancia funebre

Interpreti, donne e cristiani. Il terrore diffuso in Afghanistan dai talebani è trasversale, non concede spazio ad alcuna formula di pensiero dissidente. Un inferno in terra aggravato dalla povertà che ha spinto l’Unione europea ad agire. Bruxelles ha infatti iniziato a ristabilire una presenza minima a Kabul per facilitare la consegna degli aiuti umanitari. «La nostra presenza non deve in alcun modo essere vista come un riconoscimento» del governo talebano, ha detto il portavoce degli Affari esteri Peter Stano. «Questo è stato chiaramente comunicato anche alle autorità de facto», ha aggiunto. Alla luce della grave crisi umanitaria che l’Afghanistan sta affrontando, l’Ue ha di recente lanciato progetti per un valore di 268,3 milioni di euro, intensificando il sostegno vitale alla popolazione afghana. La carestia minaccia 23 milioni di afghani, ovvero il 55 per cento della popolazione, secondo le Nazioni Unite, che ha chiesto 4,4 miliardi di dollari ai Paesi donatori per affrontare la crisi umanitaria nel Paese.

L’inferno dei traduttori locali ignorati dall’Australia

La difficile situazione dei traduttori emerge tra le righe di un rapporto interno al governo australiano. Era già successo i colleghi al servizio del Regno Unito, adesso la storia si ripete. Rimasti in Afghanistan, dopo il ritorno al potere degli studenti coranici e l’evacuazione frettolosa del Paese, gli interpreti sono oggi esposti al rischio di feroci rappresaglie. Una vicenda «disonorevole», si legge nel dossier presentato venerdì in parlamento australiano da Kimberley Kitching, presidente del partito laburista, in rappresentanza di un comitato di cui fanno parte anche Verdi e liberali. Caduta Kabul, l’ultima missione partita da Camberra datata 18 agosto 2021 ha consentito di trarre in salvo 4.168 persone in nove giorni. Distribuiti su 32 voli, hanno trovato posto, tra gli altri, 167 australiani e 2.984 afgani muniti di regolare visto.

Dagli interpreti australiani alle donne passando per i cristiani: la difficile condizione di chi è rimasto in Afghanistan
Un gruppo di Talebani (Getty)

Non è bastato, così, aperto il vaso di pandora, il governo ha finalmente deciso di mettervi una pezza. L’intenzione è stilare un programma che in quattro anni consenta a 15 mila afgani di abbandonare il Paese grazie al rilascio di visti umanitari. Si tratterebbe, ha spiegato, Alex Hawke, ministro dell’Immigrazione, di ex dipendenti impiegati in attività sul territorio e dei loro parenti più stretti. Aggiungendo che «il governo si riserverà la possibilità di aumentare il programma negli anni futuri». Nessuna concessione invece a quanti dovessero sbarcare in Australia via mare. Ma se dall’esecutivo uno sforzo simile viene descritto come «immenso» ed «eroico» perché da effettuare in ambienti critici e con risicato margine d’errore, dall’altra parte, i redattori del dossier hanno puntato l’indice sulle condizioni in cui versano gli esclusi dal programma di evacuazione. «La collaborazione con l’Australia oggi ne mette a serio rischio l’esistenza», si legge. E ancora: «La fedeltà ai compagni è un tratto distintivo della nostra etica e tale deve rimenare, a tutela di eroi che hanno che hanno messo in gioco tutto per difenderci».

Rallentamenti e intoppi burocratici nell’attività di evacuazione dall’Afghanistan

In totale, erano 425 gli interpreti al servizio di Camberra ad agosto, regolarmente assunti a livello locale. Ma resta il mistero su quanti effettivamente siano riusciti a lasciare il Paese. «Di certo ne sono rimasti lì un numero significativo. Alcuni sono stati uccisi o feriti dai talebani. Altri, i più fortunati, sono costretti a nascondersi», incalza il dossier. Una macchia aggravata dall’atteggiamento del ministero della Difesa «che a luglio rifiutava le richieste di visto per problemi tecnici, come la scadenza dei termini di presentazione». E al 21 agosto «le respingeva per violazione dei criteri di ammissibilità, incurante dello scenario circostante». Una situazione parzialmente sistemata solo 24 ore più tardi, quando all’aeroporto internazionale Hamid Karzai, il governo ha deciso di valutare i visti d’emergenza di 449 persone non ancora ammesse al programma. Ma il processo si è trascinato fino a ottobre, mese in cui erano ancora 70 le richieste sul tavolo.

Dagli interpreti australiani alle donne passando per i cristiani: la difficile condizione di chi è rimasto in Afghanistan
Persone in fila per ricevere il pane in Afghanistan (Getty)

Evidentemente troppo tardi, così «molti alla fine non hanno potuto lasciare l’Afghanistan». Non finisce qui, perché intoppi si sarebbero registrati anche per la proroga dei permessi, avvenuta solo il 18 novembre, a un giorno dalla scadenza. Falle evidenti, in relazione alle quali sono state formulate una serie di raccomandazioni, finalizzate a una revisione completa e approfondita dei programmi. Accanto a questa, la richiesta di pubblicazione del costo annuale per l’impegno australiano in Afghanistan, suddiviso per dipartimenti e comprensivo delle spese per i veterani rientrati. Di cui una relazione si dovrebbe avere già a febbraio.

Blitz nelle case delle donne che hanno partecipato alle manifestazioni

Intanto però in Afghanistan la tensione resta altissima. Nel mirino dei talebani, non è una novità, ci sono ovviamente le donne. L’ultima colpa loro assegnata dal regime, afferma il Guardian, sono le recenti manifestazioni per le rivendicazioni dei diritti fondamentali. Alle proteste, infatti, hanno fatto seguito vendette feroci. Vere e proprie irruzioni nelle case delle attiviste, culminate in sequestri. Mercoledì notte sono sparite, ad esempio, Tamana Zaryabi Paryani e Parawana Ibrahimkhel, rapite da uomini armati riconducibili al dipartimento dei servizi segreti. Una vicenda drammatica testimoniata dal un video pubblicato sul web, con le ragazze a urlare in lacrime che i talebani stessero bussando alla porta.

Afghanistan la tremenda condizione di cristiani, donne e interpreti
Donne protestano in Afghanistan (Getty).

Una clip definita «falsa» dal generale Mobin Khan, ma non confermata né smentita da Khalid Hamraz, membro dell’intelligenze talebana. «Non si possono più tollerare insulti ai valori religiosi e nazionali del popolo afghano», ha twittato. Resta un episodio di una lista purtroppo lunga. Da agosto le restrizioni verso le donne, d’altronde, sono state costanti. Oggi sono tagliate fuori da diverse professioni, l’accesso all’istruzione è stato limitato ed è stato imposto loro di indossare l’hijab. Da qui le manifestazioni. L’ultima, domenica, è stata repressa con lo spray al peperoncino. Alcune attiviste sarebbero detenute a Mazar, ha affermato Shaharzad Akbar, presidente della Commissione indipendente per i diritti umani dell’Afghanistan. «Sottoposte ad aggressioni e molestie durante la prigionia». L’uso indiscriminato della forza è «un segno di paura», ha spiegato Heather Barr, direttrice associata della divisione femminile di Human Rights Watch. «Sostenere il loro coraggio però deve diventare una priorità della comunità internazionale».

L’Afghanistan è il peggiore Paese al mondo per i cristiani

Non se la passano meglio i cristiani, per i quali l’Afghanistan ad oggi è il Paese più pericoloso al mondo. Nella triste top ten, lo Stato precede Corea del Nord, Somalia, Libia, Yemen, Eritrea, Nigeria, Pakistan Iran, India e Arabia saudita. Il quadro emerge dall’analisi della World Watch List ed è il peggiore in assoluto da quando il rapporto ha preso a essere pubblicato 29 anni fa. In Afghanistan se la fede viene smascherata, il rischio è la morte. Almeno per gli uomini, scoperti di recente dagli studenti coranici grazie all’accesso a numerosi documenti. Donne e ragazze possono sopravvivere e riabilitarsi solo a patto di sposare giovani combattenti talebani.