Condannate alla verginità

Camilla Curcio
22/10/2021

In Afghanistan sono tante le donne costrette a sottoporsi a interventi per la ricostruzione dell'imene. Nel Paese non è consentito avere rapporti prima del matrimonio, pena la morte. E con il ritorno dei talebani al potere la situazione è persino peggiorata.

Condannate alla verginità

La storia d’amore dei 22enni afghani Leila ed Eshan ricorda Romeo e Giulietta, con l’unica differenza che è dannatamente vera. Per stare insieme sono costretti a misurarsi ogni giorno con genitori che antepongono la ligia osservanza della tradizione alla loro felicità, in un Paese che, dopo il ritorno dei Talebani al potere, è sembrato tornare indietro di decenni. Sono state ripristinate infatti, crudeli imposizioni che finiscono per pesare soprattutto sulle donne. Vi rientra l’obbligo morale di arrivare vergini al matrimonio, che costringe ragazze come Leila a sottoporsi a rischiose operazioni di ricostruzione dell’imene. Si tratta, infatti, dell’unico modo per sfuggire al disonore pubblico e, soprattutto, alla morte. In un paese dove i delitti d’onore sono ancora permessi e frequenti giorno.

Leila ed Eshan, in fuga per amore

Cultura arcaica, rigorosa interpretazione della religione e violenza. Questi i fattori che accompagnano la relazione dei due studenti universitari di Kabul che, per evitare di arrendersi a un destino già scritto, sembrano, però, pronti a tutto. Sin da quando hanno iniziato a frequentarsi clandestinamente, circa tre anni fa, avevano chiaro che fantasticare su un progetto di vita insieme fosse un’utopia. Tutto questo non li ha intimoriti. Per tale ragione valutano addirittura la possibilità di fuggire. Nonostante i grossi rischi cui andrebbero incontro. L’abbandono del tetto familiare, infatti, è ancora considerato un grave crimine, severamente punito dalla giustizia. Così come i rapporti sessuali tra partner non sposati, una colpa per cui si potrebbe essere catturati e uccisi. «Quelli che vengono generalmente definiti crimini d’onore, incluso il delitto, sono una delle piaghe della cultura afghana», ha commentato a El País Heather Barr, direttrice del dipartimento di Human Rights Watch (HRW) che si occupa della tutela delle donne. «Con l’avvento del regime talebano, c’è il rischio che la situazione possa degenerare in maniera irrimediabile. Soprattutto con l’intervento della loro politica e delle loro attitudini misogine, tradotta nella totale assenza di un sistema per rispondere alla violenza di genere». Dal nuovo gabinetto del governo nazionale, ad esempio, è stato cancellato Ministero delle Donne, incaricato di tutelarle da soprusi e abusi, perché verrà sostituito con un dicastero per la  promozione della virtù e contro il vizio.

Un’imenoplastica per salvarsi dalla morte

Ma tornando alla coppia, i problemi sono aumentati in seguito all’annuncio di un matrimonio combinato. Tra sei mesi, la ragazza dovrà sposare un uomo che non conosce e che non ama. Come hanno fatto tante sue coetanee prima di lei. e tante altre faranno in futuro. Nonostante rimangano dell’idea di non volersi sottomettere a tutta questa situazione, sono coscienti che uscirne non sarà un’impresa facile. E proprio per questo motivo che, un mese fa, Leila ha deciso di prepararsi comunque al peggio, subendo un’imenoplastica per uscire viva dalle eventuali prove di verginità a cui potrebbe essere sottoposta. Il rischio, come accennato, è la morte per aver disonorato se stessa, lo sposo, i genitori e i suoceri.

«Aiutare ragazze come Leila a sopravvivere è quello che più mi spinge a dedicarmi a interventi di questo tipo», ha spiegato la 30enne Shakila, il medico che si è occupato dell’operazione. «Abbiamo un credo religioso che impedisce alle donne di avere un’intimità prima delle nozze. E chi non si sposa, deve preservare la sua verginità a vita». Nell’ospedale in cui lavora, nessuno immagina che, in soli 7 anni, abbia portato a termine più di 70 ricostruzioni e molte altre addirittura prima di diventare chirurgo. Nessuna sala operatoria: le fa nelle stanze di edifici particolari, in anestesia locale e con i suoi strumenti personali. Rassicurando le pazienti della totale assenza di rischi. Il prezzo delle sue prestazioni si aggira attorno ai 500 dollari (circa 430 euro) ma non sempre chi si rivolge a lei riesce a pagarla: molte clienti, infatti, appartengono alla classe medio-bassa e non hanno denaro a sufficienza per saldare il conto. Hanno età e background diversi, ma arrivano tutte a lei dallo stesso passaparola. O, soprattutto nei casi di stupro, attraverso la mediazione dei familiari.

I numeri del dramma delle donne afghane

Negli anni la situazione non è affatto migliorata né accenna a cambiare. Secondo un report pubblicato da HRW, nel 2012 sono state più di 400 le bambine e le donne afghane arrestate e condannate al carcere per crimini legati alla morale. La loro incarcerazione, per le autorità, è una sorta di allerta per chi, come loro, ha intenzione di eludere le unioni combinate, la violenza domestica da parte di padri o fratelli e tutte quelle norme non scritte che, per quanto più radicate nelle zone rurali, valgono ormai ovunque allo stesso modo. Affidarsi alle autorità, nella maggior parte dei casi, non è affatto una scialuppa di salvataggio. Anzi, spesso, è una trappola. Come raccontato dalle 50 testimoni intervistate da Barr per la compilazione della ricerca. L’inserimento, nell’ultimo ventennio, di qualche donna in più in polizia sembrava un passo nella giusta direzione. Sono bastati gli ultimi accadimenti a vanificare tutto.