Il Sultano e il talebano

Redazione
31/08/2021

La Turchia, insieme con il Qatar, sta trattando con gli studenti coranici per il controllo dell'aeroporto di Kabul. Un'occasione per riallacciare i rapporti con gli Usa e guadagnare peso nella Nato. Ma soprattutto per imporsi come interlocutore privilegiato nel mondo musulmano.

Il Sultano e il talebano

Continuano le trattative tra talebani, Qatar e Turchia per la gestione e il controllo dell’aeroporto di Kabul dopo il ritiro americano dall’Afghanistan. L’obiettivo è consentire la ripresa dei voli commerciali, organizzare corridoi umanitari e permettere di partire a coloro che, con i documenti in regola, intendono lasciare il Paese. Sono stati questi i punti all’ordine del giorno della riunione in videoconferenza convocata lunedì 30 agosto dagli Usa a cui hanno preso parte i Paesi del G7, Qatar e Turchia, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, e l’Alto rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza dell’Ue Josep Borrell.

Il controllo dell’aeroporto e il futuro di Kabul

L’aeroporto internazionale Hamid Karzai, teatro della strage costata la vita a 170 persone rivendicata dall’Isis-K, nelle ultime settimane era diventato il campo di battaglia per il controllo stesso di Kabul. Di fatto i talebani hanno preso la Capitale e molte province, ma manca ancora un governo. E il vuoto di potere attira e attirerà ancora, fisiologicamente, i terroristi di Daesh che cercano di rialzare la testa dopo la sconfitta del califfato a Raqqa, in Siria, nel 2017, sfruttando l’attenzione mediatica internazionale sul caos afghano. Ma il controllo dello scalo interessa anche la Turchia che non hai mai smesso di trattare con i talebani. Tanto che gli studenti coranici avevano già offerto ad Ankara la gestione della sicurezza dell’area, sempre sotto la loro supervisione. Una proposta che il presidente Recep Tayyp Erdogan sta ancora valutando e che è sostenuta anche dalla Germania. A chi lo criticava per essersi seduto in questi giorni allo stesso tavolo con con i miliziani, Erdogan ha risposto di non potersi permettere il «lusso» di stare a guardare. Finora il controllo dell’aeroporto internazionale era stato coordinato dalla Nato, sotto la guida di Stefano Pontecorvo. L’alleanza atlantica aveva gestito non solo le operazioni di evacuazione, ma anche il traffico aereo, i rifornimenti e le comunicazioni. La sicurezza dello scalo, invece, era in mano a contingenti militari turchi, Usa, britannici e dell’Azerbaijan.

I legami tra Turchia e Afghanistan e la posta in gioco per Ankara

La Turchia, che ha evacuato 350 soldati e 1400 civili afghani, è l’unica potenza Nato a maggioranza musulmana. Ha sempre mantenuto rapporti con le varie realtà etniche dell’Afghanistan, inclusi i talebani, tanto da aver organizzato gli incontri tra questi ultimi e il governo afghano. In realtà, Per Ankara, riuscire a garantire l’ordine dell’aeroporto, seppur sotto la supervisione talebana, sarebbe un ottimo viatico per rientrare sia nelle grazie degli Usa dopo lo strappo del 2020, quando i turchi vennero sanzionati per aver acquistato dalla Russia dei sistemi di difesa missilistica S-400. E un modo per guadagnare maggior peso all’interno della Nato. Ma la posta in gioco per Erdogan è, se possibile, ancora più alta. Come sottolineava un’analisi di Al Jazeera già un mese fa, la partita afghana serve alla Turchia per imporsi come interlocutore privilegiato del mondo musulmano scalzando l’Arabia Saudita contro cui Ankara si è scontrata in Siria e che ha duramente criticato per l’embargo contro il Qatar, poi revocato, e per l‘omicidio Khashoggi. Un’ambizione che Erdogan non ha mai nascosto. Sotto il suo governo, la Turchia ha notevolmente aumentato la sua influenza nell’Asia meridionale musulmana anche attraverso media e progetti educativi. Serie turche come Resurrection: Ertuğrul, hanno riscosso un successo incredibile sia in Pakistan – sostenitore storico (ancorché mai dichiarato) dei talebani e ora garante delle loro promesse – che in Afghanistan. Un soft power di cui non si può non tener conto, visto che con entrambi i Paesi la Turchia ha profondi legami storico-culturali.

L’altolà di Ankara all’Ue sull’arrivo di nuovi profughi

Poi c’è l’Europa. La Turchia domenica ha messo le mani avanti. Davanti alla futura ondata migratoria, vera preoccupazione dell’Ue, non si comporterà come nel 2015 con la crisi dei rifugiati siriani. Lo ha confermato il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu dopo i colloqui con il suo omologo tedesco Heiko Josef Maas che sta visitando i Paesi dell’area (oltre la Turchia, l’Uzbekistan, il Tagikistan, il Pakistan e il Qatar). «Abbiamo sufficientemente assolto alle nostre responsabilità morali e umanitarie in materia di migrazione», ha affermato Cavusoglu, parlando in una conferenza stampa congiunta con Maas. La Turchia ospita attualmente 3,7 milioni di rifugiati siriani, oltre a circa 300 mila afghani. Resta da capire se il muro alzato – anche materialmente – dalla Turchia non sia un modo per alzare la posta con l’Ue.